Il futuro della terapia per la AMD

Negli ultimi anni, con la rapida evoluzione dei farmaci biologici (anticorpi anti-VEGF) per i 15 milioni di individui affetti da degenerazione maculare senile (AMD) nel mondo, la notevolmente. Tuttavia, nonostante i successi ottenuti con gli anti-VEGF, in particolare con ranibizumab e bevacizumab, il trattamento richiede manovre invasive (iniezioni intravitreali) ripetute nel tempo. Quindi, ancora molto rimane ancora da fare, per migliorare l’efficacia terapeutica, la safety e la tollerabilità.

La prospettiva terapeutica più immediata è quella di poter interferire simultaneamente su diverse fasi del processo neo-angiogenetico:

  1. silenziando i geni che codificano la sintesi del VEGF
  2. inattivando la molecola di VEGF
  3. bloccando la funzione dei recettori (VGEFR).
  4. distruggendo i vasi neoformati

Il primo è l’obiettivo che si prefiggono i siRNA ed altre molecole, quali ad esempio il sirolimus (rapamicina), capaci di rendere silenziare i geni che codificano le proteine necessarie per i processi di neo-angiogenesi.

Il secondo obiettivo è quello già attualmente realizzabile impiegando gli anticorpi inibitori del VEGF. In fase di avanzato sviluppo clinico sono anche i VEGF-TRAP, proteine che contengono le porzioni dei recettori che legano il VEGF (VEGFR), che agiscono intrappolandolo e impedendo il suo legame con il VEGFR.

Il terzo obiettivo è quello di inibire la fosforilazione proteica indotta dall’attivazione del VEGFR, utilizzando gli inibitori delle proteinchinasi.

Per il quarto obiettivo si propone l’impiego di agenti, ad esempio il fosbretabulin (Zybrestat), che depolimerizzano la tubulina e rompono le giunzioni intercellulari, determinando la distruzione dei vasi neoformati.

Questo approccio terapeutico multi-target permetterà di controllare più efficacemente la neovascolarizzazione in corso di AMD e simultaneamente di ridurre la frequenza delle iniezioni intravitreali, per una migliore tollerabilità e un minor rischio di effetti indesiderati.

Per un futuro meno prossimo, invece, la ricerca dovrà spingersi più a monte, concentrandosi sulle fasi prodromiche della AMD, per chiarire nel dettaglio l’eziopatogenesi della malattia, con la finalità di andare a prevenire/contrastare i processi, siano essi di origine ischemica, genetica, virale o di altra natura, che portano all’attivazione della neo-angiogenesi, prima che essa si manifesti clinicamente.

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3 pensieri su “Il futuro della terapia per la AMD”

  1. Caro Giorgio,
    Mi consenta di fare un po’ di chiarezza, perchè le informazioni che le hanno dato non sono esatte.Lucentis (ranibizumab) non è mai stato impiegato per i tumori del colon, ma è stato sviluppato specificamente per l’impiego oculare. Tuttavia, ranibizumab ha molte somiglianze con bevacizumab (Avastin), da cui deriva. Il bevacizumab è impiegato diffusamente in varie patologie tumorali, soprattutto quelle colon-rettali, ma per via del costo molto più basso e della sovrapponibile efficacia, viene diffusamente utilizzato anche per via intraoculare nel trattamento delle neovascolarizzazioni retiniche.
    Nel caso di sua sorella, esiste un rischio, seppur basso, che l’impiego di antiVEGF (che sia Lucentis o Avastin non fa molta differenza) possa facilitare l’insorgenza di eventi ischemici, quali infarto miocardico, ictus ecc. Questi effetti indesiderati vengono registrati in una piccolissima pecentuale di pazienti, ma la loro incidenza è ovviamente più elevata in pazienti predisposti a tali eventi.
    In termini generali, dal momento che bevacizumab è una molecola di dimensioni maggiori, ha minori possibilità di diffondersi nel torrente ematico e di dare reazioni avverse sistemiche, Pertanto, almeno a livello teorico, potrebbe essere da preferire in un paziente a rischio per concomitante cardiopatia ischemica. La decisione sull’opportunità di eseguire questo tipo di trattamento su sua sorella e sulla scelta del farmaco, dovrà basarsi su un’attenta valutazione della bilancia rischio/beneficio, che ovviamente spetta al medico che la ha in cura.

  2. Ringrazio, preliminarmente, per la cortese e tempestiva risposta al mio precedente quesito. Forse, peró, per la mia scarsa conoscenza della materia in esame ho fornito dati inesatti e parziali che hanno indotto Chi ha risposto a sostenere che il farmaco da me citato non è mai stato usato per via intravitreale, ma solo come collirio. Vorrei, allora specificare che non si tratta del Pazopanib ma del Lucentis, un farmaco, mi è stato spiegato, adoperato per i tumori del colon perchè rallenta (o blocca) la neovascolarizzazione. Rimane la mia preoccupazione per gli effetti collaterali, dato che mia sorella -portatrice della maculopatia- è diabetica, cardiopatica con ischemia e reduce da isterectomia per adenocarcinoma. Grazie ancora.

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