Nuovi e vecchi delivery systems: la iontoforesi

iontophoresis_imageLa iontoforesi è un metodo non invasivo che permette di incrementare la penetrazione di molecole ionizzate attraverso una membrana/barriera biologica (per es. la cute oppure la cornea) sfruttando la forza motrice repulsiva di un elettrodo della stessa carica della sostanza da somministrare.

Più precisamente, il catodo (elettrodo negativo) rappresenterà la spinta motrice per le sostanze anioniche (ovvero cariche negativamente, che vengono attratte dall’anodo), mentre l’anodo (elettrodo positivo) rappresenterà la spinta motrice per le sostanze cationiche (ovvero cariche positivamente che sono quindi attratte dal catodo).

Sebbene esistano numerose variabili che regolano il passaggio delle sostanze per mezzo di iontoforesi, (per es. pH, concertazione, grado di ionizzazione, peso molecolare, ecc.) i parametri principali sono l’intensità della corrente applicata ed il tempo di applicazione della corrente

Per la sua natura ed il suo stesso razionale di impiego, la iontoforesi può trovare un’utile applicazione quando molecole di grandi dimensioni e dotate di carica elettrica non avrebbero altre possibilità, senza ricorrere a metodi invasivi, per penetrare all’interno dell’occhio.

iontophLa iontoforesi non ha mai trovato ampio spazio in terapia oculare per la sua scarsa praticità di impiego nel trattamento delle patologie che necessitano di applicazioni ripetute e prolungate nel tempo. Recentemente sta subendo un processo di rivalutazione, in relazione ai tentativi che si stanno sviluppano per far penetrare all’interno dell’occhio con metodi non invasivi sostanze di natura proteica ad elevato peso molecolare, in particolare gli inibitori del VEGF per il trattamento della maculopatia senile.

Studi preliminari sembrano indicare che significative quantità di bevacizumab penetrano nell’occhio con l’applicazione di corrente elettrica con intensità di 2-4 mA/cmq. Occorrerà valutare se le concentrazioni intraoculari ottenibili sono terapeuticamente attive e se l’impiego di molecole anti-VEGF di dimensioni inferiori (per es. ranibizumab) possa consentire risultati una penetrazione significativamente migliore.

La tecnica deve ancora essere meglio standardizzata, stabilendo quale sia l’estensione della superficie di sclera su cui applicare la corrente elettrica, la localizzazione della stessa ed i tempi di applicazione. Si ritiene, in generale, che applicazioni di basse intensità per periodi più lunghi siano più efficaci di applicazioni di alte intensità per periodi più brevi, ma questo potrebbe variare in funzione delle caratterisctiche chimicofisiche della singola sostanza.

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