I betabloccanti aumentano il rischio di cataratta

cataract1L’impiego di betabloccanti, sia orali che topici è associato ad una maggiore incidenza di cataratta. E’ il dato che emerge da uno dei numerosi reports del Blue Mountains Eye Study, di prossima pubblicazione sul British Journal of Ophthalmology. L’odds ratio è risultato di 1.45 e 2.15 rispettivamente per i betabloccanti somministrati oralmente e quelli per via topica oculare, vale a dire un aumento del rischio del 50% nel primo caso e oltre il doppio nel secondo, nel corso di dieci anni di osservazione.

Il risultato merita un commento. I betabloccanti riducono significativamente la produzione di umore acqueo: questo fenomeno farmacologico è di per sé sufficiente a spiegare la formazione di cataratta nel tempo, visto che l’unica fonte per gli scambi metabolici del cristallino è rappresentata proprio da questo fluido. Pertanto, è altamente probabile che un aumento dell’incidenza di cataratta potrà essere osservato anche con altri ipotensivi oculari, visto che tutti, chi più chi meno, interferiscono con la produzione di umore acqueo e/o ne cambiano la composizione chimico fisica.

Perché questa associazione è stata osservata solo per i betabloccanti? Perché sono i farmaci usati da maggior tempo (nel passato un’associazione con la cataratta era stata indicata anche con la pilocarpina, farmaco ormai limitato a particolari casi clinici) e sono tuttora prescritti con grandissima frequenza. Prostaglandine, alfa-2 adrenergici e inibitori dell’anidrasi carbonica hanno una popolazione esposta significativamente inferiore, in quanto sono sul mercato da poco più di dieci anni, quindi gli eventuali effetti sul cristallino potranno essere osservati solo in futuro.

Inoltre, non sono solo i betabloccanti ad essere caratterizzati da questo aspetto tossicologico: sempre nello stesso studio, anche ACE inibitori e calcio antagonisti sono risultati associati con un aumento del rischio di cataratta, rispettivamente con un odds ratio di 1.79 e 1.43.

Alcune ipotesi propongono che l’alterazione della trasparenza possa essere attribuita ad un cambiamento delle proteine lenticolari indotto direttamente dai betabloccanti o ad un supposto effetto mitogenico dei betabloccanti stessi. Francamente, mi sembra inutile speculare su motivi alternativi che possano spiegare questo effetto catarattogeno, in quanto la riduzione della produzione di umore acqueo è un motivo fisiologico più che sufficiente.

Dal momento che lo studio, su osservazione degli stessi autori, può essere gravato da significativi bias dello studio e che è evidente la necessità di ulteriori approfondimenti, non ritengo che questa informazione, seppur logica, importante e probabilmente vera, debba rappresentare un motivo di preoccupazione per i pazienti, né una valida ragione per intraprendere scelte terapeutiche alternative. I betabloccanti sono i farmaci ipotensivi oculari più studiati, di cui si dispone la maggior conoscenza tossicologica e di farmacovigilanza, garantendo in tal modo il miglior rapporto tra efficacia e sicurezza, e restano ancora un cardine di prima scelta per la cura del glaucoma.

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