Alcune riflessioni sui conservanti

Il sacco congiuntivale non è sterile, ma è abitato da numerose specie batteriche generalmente non patogene. Talvolta sono reperibili anche ceppi patogeni, ma con carica inferiore a quella capace di determinare infezioni.

I sistemi di protezione anti-infettiva presenti sulla superficie oculare impediscono che la presenza occasionale di basse cariche batteriche possano determinare infezioni. Questi sistemi sono composti da:

  • strutture anatomiche deputate alla protezione del (es. palpebre, azione diluente e “di lavaggio” della superficie oculare esplicata dai prodotti della secrezione delle ghiandole lacrimali)

  • sistemi antibatterici contenuti nelle lacrime (es.  proteine con proprietà antibatteriche aspecifiche come il lisozima o più specifiche come le immunoglobuline IgA)

  • flora batterica non patogena, che compete con eventuali contaminazioni di germi patogeni

  • barriere esterne che impediscono la diffusione di batteri nei tessuti, costituite dagli epiteli congiuntivale e corneale e dalle relative membrane basali (in particolare a livello della cornea esiste una struttura particolarmente sviluppata, la membrana di Bowman, che rappresenta una importante barriera per la diffusione in profondità di microrganismi)

  • sistema immunitario, notevolmente rappresentato a livello della mucosa congiuntivale.

I suddetti sistemi prevengono efficacemente le infezioni batteriche di un organo, che per via della costante esposizione agli agenti chimico-fisici, rappresenta un potenziale bersaglio.

E’, infatti, altamente improbabile che una singola somministrazione di una soluzione contaminata possa determinare una flogosi della superficie oculare, proprio in virtù dell’elevato grado di protezione conferito da questi sistemi. Il rischio di flogosi infettive diventa elevato quando il contatto avviene con organismi particolarmente virulenti (es. Pseudomonas Auruginosa) o quando la carica batterico o il periodo di esposizione superino determinati livelli.

Da questa premessa risulta evidente come il rischio di contrarre infezioni attraverso soluzioni oftalmiche contaminate sia maggiore in individui che assumono terapie locali necessarie al trattamento di patologie croniche (es. glaucoma, occhio secco ecc.) per lunghi periodi di tempo o quando uno dei sistemi protettivi risulti inefficace (es. soggetti immuno-depressi) o alterato (es. epiteliopatie e/o abrasioni epiteliali nei portatori di lenti a contatto).

In considerazione dell’elevato rischio che una flogosi batterica porta, soprattutto nel caso di un’interessamento a livello corneale, sulla prognosi  “quoad functionem”, è importante che le soluzioni per uso oftalmico siano sterili. Non solo: è necessario che siano anche in grado di non consentire la contaminazione batterica dopo l’apertura del flacone, per un periodo di tempo ragionevolmente lungo. A tale scopo vengono impiegati particolari additivi chimici comunemente denominati “conservanti”.

Esistono in commercio prodotti non regolamentati (mi riferisco in particolare ad alcuni prodotti di tipo “erboristico”) ovvero prodotti che non possiedono l’autorizzazione al commercio come farmaci (AIC) o come medical device (marchio CE), e che quindi non rispondono ai criteri di sicurezza stabiliti dalle autorità regolatorie. La conservazione dei prodotti non regolamentati è molto approssimativa (di solito contengono solo EDTA): tuttavia, utilizzarli occasionalmente non rappresenta un rischio medico rilevante. Il rischio cresce enormemente, invece, se l’uso diventa ripetitivo o se esistono particolari situazioni predisponenti. In particolare i portatori di lenti a contatto dovrebbero prestare la massima accortezza nei riguardi di questo problema e chiedere consiglio al proprio medico oculista prima di utilizzare questo tipo di prodotti.

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