Le “medicine non convenzionali” e loro applicazioni in oftalmologia

E’ noto che in Italia si fa un larghissimo ricorso a quelle che sono conosciute sotto il nome di “medicine alternative o non convenzionali“.

Ammetto subito un certo scetticismo (per non dire avversione) verso queste pratiche terapeutiche. Già la definizione mi lascia perplesso: alternativo significa che può sostituire qualcosa, lasciando intendere almeno una pari efficacia terapeutica con la medicina accademica. Preferisco quindi definirle non convenzionali, anche se è un termine che nasconde un’illusoria sensazione di modernità e di intelligente originalità.

La definizione scientifica di “medicine non convenzionali” [JAMA 1998] è “ampio insieme di pratiche sanitarie diverse da quelle intrinseche al sistema sanitario dominante in una particolare società e cultura”. Dal momento che il sistema sanitario di un paese evoluto accetta come valide esclusivamente i trattamenti dimostrati tali, la definizione, indirettamente, afferma che la “medicina non convenzionale” non è sostenuta da valide prove scientifiche che sostengano la sua efficacia.

Alle “medicine non convenzionali” appartengono l’agopuntura, l’omeopatia, la medicina tradizionale cinese, la fitoterapia e altre più o meno curiose pratiche sanitarie basate su filosofie orientali che spiegano i fenomeni vitali tramite l’esistenza di una “energia vitale” e interpretano la patologia come un suo squilibrio.

Se facciamo eccezione per alcune applicazioni dell’agopuntura, accettate da importanti organi regolatori quali la FDA – mi riferisco  in particolare al trattamento del vomito iatrogeno e di alcune forme di dolore –  l’efficacia di questi trattamenti non è stata mai dimostrata,  attribuendo gli eventuali benefici  clinici ad un effetto placebo (leggi questo articolo) . D’altra parte, le prove portate a sostegno dell’omeopatia, la più diffusa terapia non convenzionale, quando non sono irritanti per la mancanza di un valido senso critico, fanno sorridere per la loro ingenuità (come esempio leggi qui).

Il problema principale è che se mal utilizzate le “medicine non convenzionali” possono essere pericolose in quanto generano false speranze e ritardano i trattamenti specifici. Inoltre questo tipo di medicine, in particolare i prodotti fitoterapici,  portano con se una equivoca e ingiustificata aura di sicurezza, sfruttando il falso binomio naturale = sicuro. Proprio  in quanto considerati prodotti naturali e di conseguenza ritenuti erroneamente innocui (molti potenti veleni sono naturali, così come naturale è la digitale, l’oppio, l’atropina, ecc.), alcuni preparati fitoterapici possono avere tossicità o interazioni farmacologiche imprevedibili. Infatti, tutto il settore delle medicine non convenzionali dovrebbe essere sottoposto a serie regole di validazione e, soprattutto, dovrebbe essere regolamentato.

Lo specialista deve conoscere potenzialità e limiti delle “medicine non convenzionali”  in modo da poterne discutere con il paziente che lo richiede, fornendogli informazioni complete e attendibili: la rigida chiusura lascia il paziente in un pericoloso disorientamento che lo potrebbe condurre a scelte inadeguate.

Al paziente bisogna far capire che la “medicina non convenzionale” non è una cura miracolosa, non è sostitutiva dei trattamenti standard, ma potrebbe essere, in alcuni casi, un utile complemento (anche se fosse soltanto per la capacità di potenziare le risorse psicofisiche del paziente).

D’altra parte, il medico come rappresentante attivo di una disciplina scientifica, è moralmente obbligato a considerare tutte le forme di terapia, valutandone la potenziale efficacia, anche quando non è confortata dal massimo grado dell’evidenza, basandosi sulla propria esperienza clinica, senza dover obbligatoriamente attendere che siano disponibili i risultati di studi clinici su ampia scala (vedi anche post del 20-10-2008).

Nella seguente tabella, con uno sforzo fin troppo semplificativo, riporto alcune possibili applicazioni delle “medicine non convenzionali” per il trattamento complementare di alcune malattie dell’occhio, a mero titolo esemplificativo.

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8 pensieri su “Le “medicine non convenzionali” e loro applicazioni in oftalmologia”

  1. Non ho rimosso questi 4 commenti perché, pur presentando dei chiari caratteri di “spam”, costituiscono l’evidenza di ciò che è il settore della medicina non convenzionale: un succoso mercato che ingrassa i loro sostenitori, a spese di una collettività scarsamente consapevole e raggirabile con estrema facilità. Mescolare in un’unico minestrone pratiche mediche che hanno differente dignità scientifica – una cosa è parlare di agopuntura, che come ho già precisato è ufficialmente accettata per il trattamento di particolari sintomi, un’altra cosa è l’omeopatia, materia vacua, impalpabile e confusa – è la prova più evidente della carenza di approccio scientifico radicata nei cultori di queste materie.
    Però, come spesso accade nella nostra società, il Dio Denaro vuole i suoi Sacrifici: è inutile combattere battaglie ideologiche quando si sconfina in settori economicamente tanto redditizi. Pertanto, accettiamo l’esistenza di un “medicina non convenzionale”, informiamoci, manteniamoci aggiornarti per aumentare la fiducia dei malati nei nostri rigurdi. Se proprio esiste tutta questa richiesta per una medicina alternativa, facciamo almeno in modo che sia complementare alla Nostra Medicina e non sostitutiva. Così potremmo almeno ridurre il numero di quei casi che ogni medico ha avuto modo di osservare nella sua professione: glaucomatosi curati con l’agopuntura che si presentano al controllo con marcati peggioramenti del campo visivo oppure psicotici in trattamento omeopatico ricoverati con crisi espansive in atto.

  2. Contro l’Omeopatia, perche’?

    Gli appellativi riferiti all’Omeopatia sono sempre i soliti : stregoneria, praticoni, placebo, autosuggestione, finta malattia, rubare soldi al paziente dando solo acqua fresca. Cerchiamo di esaminarli.

    Stregoneria, praticoni.

    In questi ultimi anni siamo finalmente giunti ad una regolamentazione dell’ Agopuntura e dell’Omeopatia sia in Europa che in Italia dove diventeranno specialità universitarie a pieno titolo. Questi tipi di medicine, proprio perché presuppongono una diagnosi ed una terapia, devono essere professate solo da medici e veterinari. In Italia esistono purtroppo molti che curano con l’Omeopatia senza averne titolo abbassandone così il livello e offrendo una giustificazione a chi vuole denigrarla.
    Nessuno pensa di denigrare la Medicina tradizionale anche se ogni tanto si trova qualche abusivo che si è spacciato per medico e magari ha anche rivestito incarichi particolarmente importanti.

    Placebo
    Il placebo è un preparato non medicamentoso che ha effetto terapeutico basato sull’autosuggestione. L’Omeopatia è un metodo curativo di provata efficacia che esiste da circa duecento anni e si è diffuso in tutto il mondo. In alcuni stati come Francia ed Inghilterra è materia universitaria e viene utilizzata anche negli ospedali. Ogni singolo preparato omeopatico è stato sperimentato sull’uomo sano, e cura gli stessi sintomi che produce a dosi tossiche, secondo la legge “Similia similibus curentur “ (i simili si curino con i simili).

    freccia Leggete questo interessante articolo circa la differenza tra placebo e rimedi omeopatici

    (clicca qui)

    Autosuggestione
    Qualsiasi rapporto paziente – medico implica autosuggestione. Questo può essere vero per gli adulti, non certo per i bambini e gli animali (omeopatia veterinaria). Non si riesce a capire come mai il paziente sia ancora malato dopo aver interpellato, per la sua malattia, eminenti specialisti, professori, e dopo essere stato ricoverato in reparti ospedalieri. È stato da tutti curato con medicine tradizionali ed ha sicuramente ricevuto nei suoi pellegrinaggi più autosuggestione di quella che può dare un medico omeopata considerato dai colleghi una “sottospecie” di medico.

    Finta malattia
    Una patologia che la medicina tradizionale non è riuscita a curare, quando il paziente è arrivato dall’Omeopata che lo ha guarito, magari dopo dieci, venti o trenta anni di calvario, diventa una “finta malattia”. Significa forse che la medicina tradizionale non sa guarire, essere di placebo o autosuggestione nemmeno per le finte malattie?

    Rubare soldi al paziente dando solo acqua fresca.
    Questa è la classica frase di un medico che dissuade il proprio paziente dall’effettuare una visita presso un collega omeopata, probabilmente perché ha paura che la sua immagine sia rovinata da una guarigione miracolosa di una malattia di cui lui, per lungo tempo, non ha capito nulla. Per un medico tradizionale è importante la diagnosi della malattia e la sparizione dei sintomi che affliggono il paziente. Purtroppo inizialmente anche al paziente basta questo. Si accorge troppo tardi che, per esempio, la sua cefalea, nonostante si attenui con un analgesico che magari gli ha procurato un’ulcera, negli ultimi tempi è sempre più frequente e dolorosa. Inizia a consultare specialisti, a ricoverarsi in centri anti cefalee che, se non trovano alcuna causa, passano la palla ad un neurologo o ad uno psichiatra, sospettando una nevrosi ansiosa.
    Il paziente, a questo punto ha quattro possibilità:
    1. tenersi la cefalea sempre più frequente e dolorosa.
    2. imbottirsi di ansiolitici che, forse, intontendolo ne attenuano la frequenza e l’acuzie
    3. andare da un guaritore, mago o pranoterapista
    4. rivolgersi ad un omeopata o agopuntore, sperando che sia medico, o forse no, perché ormai non ha più fiducia dei medici.
    Varrebbe la pena che i medici non disprezzassero questo tipo di medicina, ma la studiassero. I loro pazienti trarrebbero giovamento dalle loro conoscenze .

    Hahnemann ha scritto: “Scopo unico del medico è di rendere sani i malati, ossia, come si dice, di guarirli”.
    I sintomi non devono essere soppressi, creandone degli altri conosciuti, come gli effetti collaterali dei farmaci, od altri ancora sconosciuti.

    Hahnemann in effetti ha sperimentato su sé stesso i rimedi da lui studiati e solo in seguito li ha somministrati ai pazienti.

    Quanti medici sono oggi disposti a comportarsi allo stesso modo prima di prescrivere un farmaco?

    Fulvio Toso
    http://www.omeopatianet.it

  3. Inchiesta “Medicine non convenzionali. Serve una normativa chiara” di Steno Sari
    Libero http://www.libero-news.it/articles/view/456705

    L’uscita del libro “Le Medicine Non Convenzionali in Italia. Storia, problemi e prospettive d’integrazione”, prefazione di Edwin L. Cooper; post-fazione Amedeo Bianco, presidente della Federazione dei medici (FrancoAngeli Edizioni), che ha promosso e che ha curato assieme a Bruno Silvestrini e Guido Giarelli, sta stimolando anche il dibattito sulla loro integrazione e sulla necessità di una normativa che vada a chiarire e definire una situazione alquanto ingarbugliata e diversificata. Ne parlo con il dott. Paolo Roberti di Sarsina, psichiatra e psicoterapeuta, esperto per le Medicine Non Convenzionali del Consiglio Superiore di Sanità. Mi precisa che «dopo cinque anni dall’ultima rilevazione (1999), ben otto milioni di italiani confermano definitivamente la validità e l’utilità di questi percorsi terapeutici». Eppure, tanto per fare un esempio, nel nostro Paese ad oggi manca la concreta attuazione della Direttiva Europea per gli articoli relativi ai medicinali omeopatici. Dal 1995 non è infatti possibile immettere in Italia nuovi medicinali Omeopatici, in quanto non sono mai state attuate procedure relative di autorizzazione. La normativa attuale vieta ai medicinali omeopatici esistenti di riportare sull’etichetta e sulle confezioni indicazioni terapeutiche e posologia. Si tratta di informazioni di base fondamentali la cui mancanza crea un grave danno all’utente finale. Per di più è vietata qualunque forma di pubblicità di medicinali omeopatici.
    Qual è lo “status” delle Medicine Non Convenzionali nel nostro Paese? «La Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (FNOMCeO) riconosce dal 2002 nove medicine non convenzionali (MNC): agopuntura, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica, medicina omeopatica, medicina antroposofica, chiropratica, fitoterapia, omotossicologia, osteopatia. Sia nel precedente Codice di Deontologia Medica (1998), sia nell’attuale (in vigore dal dicembre 2006) è dedicato un articolo (art. 15) alle medicine non convenzionali. Questo articolo sottolinea il principio di autoregolamentazione della responsabilità professionale del medico, che assume carattere più incisivo laddove si tratti di medicine non convenzionali. Il medico dovrà impegnarsi a far sì che il cittadino non si sottragga a specifici trattamenti di comprovata efficacia, perseguendo illusorie speranze di guarigione».
    Perché avete adottato il termine di “Medicine Non Convenzionali”? «“Medicine Non Convenzionali”è la definizione che preferiamo e che abbiamo scelto di mantenere nella attuale situazione italiana per almeno tre ragioni: è quella che appare meno carica di valenze ideologiche sia positive che negative e, quindi, più scientificamente neutrale; ha il pregio di ricordare, per converso, il carattere convenzionale della ortodossia medica ufficiale e del suo processo storico di legittimazione; definisce in modo dinamico e relativo una serie di medicine la cui identità non può che essere indicata in maniera negativa rispetto alla medicina convenzionale. Si tratta infatti di medicine al momento escluse dall’organizzazione formale dei servizi sanitari e dall’insegnamento delle facoltà di Medicina: e, in questo senso, il “non convenzionale” è sinonimo di “non ortodosso” e di “altre” rispetto all’identità della biomedicina. Metà degli italiani ritengono che, a prescindere dall’utilizzo soggettivo, tali medicine abbiano una loro utilità e dignità».
    Cosa affronta nel suo nuovo libro appena uscito per la FrancoAngeli “Le peculiarità sociali delle Medicine Non Convenzionali” (prefazione di Bruno Silvestrini) di cui è curatore con Costantino Cipolla? «Nel panorama attuale delle medicine non convenzionali si assiste ad una proliferazione di pratiche e di praticanti, nonché di critici, senza una solida base conoscitiva e formativa. Questo fenomeno contribuisce a svilire un settore della pratica medica che è ancora in forte sviluppo e coinvolge sempre più soggetti, riconosciuti, regolamentati (medici) e tutelati (pazienti) dai principali organi istituzionali. Il volume intende contribuire a fare chiarezza sulle questioni normative, scientifiche e, soprattutto, sociali che investono le medicine non convenzionali nel loro rapporto con la società moderna occidentale. La tematica è affrontata secondo una visione internazionale, con approfondimenti sul caso italiano per dare ragione del fenomeno in tutte le sue implicazioni conoscitive, ed epistemologiche in particolare. I contributi offerti sono principalmente volti all’analisi del contesto storico attuale, senza dimenticare di offrire spunti per un dibattito che possa continuare, secondo linee di azione già in atto, l’integrazione o, più propriamente, l’interazione tra le varie pratiche mediche riconosciute a livello istituzionale; il tutto, seguendo quella che viene chiamata l’umanizzazione delle pratiche e delle cure mediche. Il volume si rivolge sia a specialisti e studiosi dei vari campi coinvolti, sia a chi approccia la materia da profano volendo capire a fondo e senza pregiudizi il complesso e articolato rapporto tra la società e le medicine non convenzionali».
    Quali sono le principali problematiche legate alle MNC in Italia che sono emerse nell’indagine condotta nel vostro libro? «Anche se queste medicine indicate dalla FNOMCeO sono state oggetto di diversi progetti di legge, non c’è stata una ricaduta positiva di informazione indirizzata alla classe medica. Questo ha comportato da una parte il fatto che i pazienti, spesso vittime loro stessi di preconcetti, si informano autonomamente sui diversi metodi di cura e, dall’altra, che i medici, non essendo in possesso di una conoscenza approfondita, rimangono intrappolati nel pregiudizio di chi è favorevole e di chi è contrario. In previsione dell’auspicato inserimento delle prestazioni di MNC nel Servizio Sanitario Nazionale è indispensabile ridefinire i criteri di accesso ai livelli essenziali di assistenza». STENO SARI

  4. “Il paziente ha diritto di scegliere” di Renata Ortolani

    Quotidiano Nazionale Il Resto del Carlino La Nazione Il Giorno

    Dottor Paolo Roberti di Sarsina, quali sono le problematiche giuridiche, oltre che terapeutiche, legate alle Medicine Non Convenzionali (MNC) emerse dall’indagine condotta nel vostro libro?
    “Anche se queste medicine sono state oggetto di diversi progetti di legge, non c’è stata una ricaduta positiva d’informazione indirizzata alla classe medica. Questo ha comportato da una parte il fatto che i pazienti, spesso vittime loro stessi di preconcetti, s’informino autonomamente sui diversi metodi di cura e, dall’altra, che i medici, non essendo in possesso di una conoscenza approfondita, rimangano divisi tra chi è favorevole e chi è contrario. Va detto che se in Italia dagli anni ’90 alla scorsa legislatura sono state presentate a diverso livello una ventina di proposte di legge, tutte naufragate, negli ultimi venti anni solo gli enti privati di formazione hanno portato avanti la formazione medica post-laurea. Al contempo tutti sottolineano la mancanza di fondi che impedisce sostanzialmente l’impostazione di una strategia organica di integrazione reale. Pazienti di ogni estrazione sociale e affetti dalle più varie patologie utilizzano terapie MNC quotidianamente, ma le informazioni sulle modalità sono state stata integrate nelle varie strutture e istituzioni mediche accademiche sono ancora molto frammentarie”.

    Quindi manca l’informazione?
    “Non solo. Emerge l’esigenza di evitare ulteriori frammentazioni regionalistiche, in direzione di una legge nazionale che sancisca la piena e paritaria accettazione e il riconoscimento di tutte le MNC, senza discriminazioni demagogiche, per realizzare
compiutamente anche in questo campo il diritto costituzionale della libertà di scelta e di pari accesso alle cure. Libertà di scelta che non può prescindere dalla piena informazione dei possibili e diversi approcci diagnostici e terapeutici e dalla piena
disponibilità dei medicinali usati dalle diverse MNC.”

    Di conseguenza, occorreranno dei fondi…
“Certamente la sostenibilità economica del sistema dell’integrazione diventa un problema, specie se si considera che mentre sul lato sanitario sono stati determinati i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti a tutti i cittadini, il settore sociale è ancora carente per quanto riguarda la definizione dei livelli essenziali di assistenza. Quindi in previsione dell’auspicato inserimento delle prestazioni di MNC nel Servizio Sanitario Nazionale è indispensabile ridefinire i criteri di accesso ai livelli essenziali di assistenza”.

    Si parla tanto di umanizzazione terapeutica: una speranza futura o una realtà che si sta già affermando?
    “Ciò che appare in gioco, oggi, è lo stesso concetto di salute come diritto garantito a ogni essere umano nell’ambito della libertà di cura sancita dalla Costituzione. La tutela della salute della popolazione, l’umanizzazione, la personalizzazione e la sostenibilità dei trattamenti si basano sulla centralità del paziente nella scelta delle cure. Si deve, per ciascun essere umano, ricostruire un centro di gravità diagnostico-terapeutico che prenda in considerazione la globalità dell’essere umano, vale a dire l’intrinseca unità del suo essere, il piano fisico e mentale, perché è su questi livelli incessantemente interagenti che ogni persona si autostruttura spiritualmente come un unicum che come tale va interpretato per essere curato”.

    Quali sono le possibilità che si aprono all’umanità di questo inizio Terzo millennio dal punto di vista medico-sociale e assistenziale?
“E’ ineludibile la necessità di interazione e collaborazione tra diversi modi di intendere la medicina in quanto ‘ars’; è indispensabile la sinergia tra la biomedicina, quale sistema dominante e le MNC o medicine antropologiche anche in termini di equilibrio
sostenibile e di farmaco economia; sul territorio si ha sempre più la presenza di popolazioni migranti con bisogni complessi che portano diversi saperi di salute. Come richiede l’OMS è necessario ed etico tutelare, salvaguardare, promuovere, studiare,
tramandare e applicare il patrimonio culturale dei saperi e dei sistemi medici e di salute antropologici sia occidentali sia orientali, nell’assoluto rispetto dell’integrità originaria e tradizionale dei singoli paradigmi ed epistemi”.

    Come spiega il dottor Paolo Roberti di Sarsina, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) riconosce dal 2002 nove Medicine Non Convenzionali (MNC): agopuntura, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica, medicina omeopatica, medicina antroposofica, chiropratica, fitoterapia, omotossicologia, osteopatia.
    Sia nel precedente Codice di Deontologia medica (1998), sia nell’attuale (in vigore dal dicembre 2006) è dedicato un articolo (art. 15) alle Medicine Non Convenzionali.
    L’articolo sottolinea il principio di autoregolamentazione della responsabilità professionale del medico, che assume carattere più incisivo laddove si tratti di Medicine Non Convenzionali.
    Il medico dovrà impegnarsi a far sì che il cittadino non si sottragga a specifici trattamenti di comprovata efficacia.
    Come è noto, le prestazioni sanitarie e l’esercizio professionale delle medicine non convenzionali sono un argomento che ha investito direttamente la Federazione degli Ordini dei Medici, il cui Consiglio Nazionale nel 2002 emanò “Le Linee Guida delle Medicine e Pratiche Non Convenzionali”.
    In Italia – pur in assenza di una legge quadro nazionale sulle MNC, richiesta a tutti gli stati membri dell’Unione Europea da specifiche risoluzioni del Parlamento Europeo (n. 75/1997) e del Consiglio d’Europa (n. 1206/1999) –, sia la Suprema Corte di Cassazione sia la Corte Costituzionale hanno emanato sentenze inequivocabili sia sulle responsabilità professionali e sulla esclusività dell’esercizio delle Medicine Non Convenzionali dei soli laureati in medicina.

    Renata Ortolani

  5. Qualche dato sulle medicine non convenzionali
    Kataweb.it – Blog – Benessere Verde » Blog Archive » 13.02.09
    http://valeriapini.blog.kataweb.it/2009/02/13/qualche-dato-sulle-medicine-non-convenzionali/

    E’ appena uscito un libro che stimola la discussione sulla medicina alternativa. “Le Medicine Non Convenzionali in Italia. Storia, problemi e prospettive d’integrazione”. Il testo fa riflettere sulla necessità di una normativa in materia. Ne parliamo con Paolo Roberti di Sarsina, psichiatra e psicoterapeuta, esperto per le Medicine Non Convenzionali del Consiglio Superiore di Sanità. E’ autore del libro insieme a Costantino Cipolla.
    Quanti italiani utilizzano le medicine non convenzionali e di quale tipo, principalmente?
    “L’Istat ha presentato i dati relativi all’ultima indagine multiscopo “Le terapie non convenzionali in Italia”. L’indagine, che si riferisce all’anno 2005, è stata condotta su un campione di circa 60mila famiglie. Il 13,6% della popolazione italiana,circa 8 milioni, ha dichiarato di aver utilizzato medicine non convenzionali nei tre anni precedenti l’intervista. Tra le varie medicine non convenzionali la Medicina Omeopatica è risultata essere la più diffusa”.
    Quanti medici, invece, si dedicano a questo settore?
    “Sono circa 12.000 i medici e veterinari che fanno parte delle 25 associazioni e società scientifiche che compongono il Comitato per le Medicine Non Convenzionali in Italia che rappresenta tutte le MNC riconosciute dalla Federazione dei Medici e dalla Federazione dei Veterinari. I medici italiani prescrittori di medicinali omeopatici e antroposofici sono oltre 20.000. Alcune migliaia sono i medici e veterinari agopuntori iscritti nel registro della Federazione Italiana delle Società di Agopuntura (FISA). E’ fondamentale sottolineare che molti sono i medici e i veterinari che hanno completato un iter formativo pluriennale post-laurea “a profilo definito” per acquisire specifiche competenze in una o più delle MNC riconosciute. In Italia sono migliaia i medici e i veterinari che praticano le Medicine Non Convenzionali. La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) riconosce dal 2002 nove (9) Medicine Non Convenzionali di esclusiva competenza e responsabilità professionale del medico e dell’odontoiatra. Queste nove MNC sono: Agopuntura, Fitoterapia, Medicina Antroposofica, Medicina Ayurvedica, Medicina Omeopatica, Medicina Tradizionale Cinese, Omotossicologia-Medicina Fisiologica di Regolazione, Osteopatia e Chiropratica. A loro volta la Chiropratica e la Osteopatia essendo professioni sanitarie e primarie sono esercitate autonomamente anche da professionisti non medici che hanno seguito un rigoroso percorso formativo pluriennale secondo standards internazionali”
    E’ importante però affidarsi a medici che abbiano un’abilitazione in materia.
    “La posizione, espressa dal massimo organismo della professione medica, ribadisce che le uniche figure abilitate ad esercitarle sono i medici chirurghi e odontoiatri resi esperti attraverso rigorosi e specifici percorsi formativi. Per quanto riguarda la Federazione degli Ordini Veterinari (FNOVI) sono riconosciute dal 2003 cinque (5) MNC di competenza del medico veterinario: Agopuntura, Medicina Tradizionale Cinese, Medicina Omeopatica, Omotossicologia-Medicina Fisiologica di Regolazione, Fitoterapia. Sia il Codice di Deontologia Medica, sia il Codice Deontologico Veterinario dedicano un articolo specifico alle Medicine Non Convenzionali”.
    Secondo alcuni medici ed esperti queste medicine non funzionano. Ma il settore è in crescita. Mi può fornire dei dati?
    “I medicinali omeopatici e antroposofici si trovano esclusivamente in farmacia e sono presenti nella quasi totalità delle farmacie italiane. In Italia operano nel settore omeopatico circa 30 aziende che globalmente impiegano oltre 1.200 dipendenti. La spesa per le cure con medicinali omeopatici nel 2007 in Italia è stata di circa 300 milioni di euro. L’Italia è il terzo mercato europeo dopo Francia e Germania. Il settore continua a crescere, con una media del 6-7% annuo nell’ultimo decennio. Attraverso l’IVA, l’IRES e l’IRAP, il gettito dello Stato nel 2007 è stato di 40 milioni di euro. Poiché sia le cure omeopatiche sia le visite presso medici omeopatici non gravano sul bilancio dello Stato, il comparto omeopatico fornisce quindi un attivo netto a favore dello Stato Italiano, escluso il risparmio sulle visite mediche, di 40 milioni di euro”.
    Come dare impulso all‘interazione tra le varie pratiche mediche riconosciute a livello istituzionale?
    “L’Organizzazione Mondiale della Sanità il giorno 8 novembre 2008, in occasione del Congresso Mondiale sulla Medicina Tradizionale tenutosi a Pechino, ha emanato la “Dichiarazione di Pechino sulla Medicina Tradizionale” in cui si richiede, tra l’altro, “la necessità di azione e cooperazione da parte della comunità internazionale, dei governi, nonchè dei professionisti e degli operatori sanitari al fine di assicurare un utilizzo corretto della medicina tradizionale come componente significativa per la salute di tutti i popoli, in conformità con le capacità, le priorità e le leggi attinenti dei singoli paesi”. Bisogna creare quell’alleanza tra le professioni indispensabile per una Medicina Umanistica Centrata sulla Persona grazie a una formazione di natura interdisciplinare e multidimensionale, avente come finalità prioritarie quelle di consentire ai diversi operatori del settore, ma non solo, di acquisire conoscenze e competenze per un approccio centrato sulla persona e promuovere una riflessione su tematiche salienti del mondo sanitario quali, tra le altre, il consenso correttamente informato, i dilemmi della bioetica, le interazioni tra psiche e corpo, le relazioni uomo-ambiente, l’empowerment del paziente”.
    E’ vero che le medicine non convenzionali ormai si utilizzano anche sugli animali domestici?
    “Certamente. Tra l’altro la legislazione europea richiede sia l’alimentazione biologica sia le terapie biologiche tanto per gli animali da reddito che per gli animali da compagnia”.

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