I modelli sperimentali di Dry Eye

Le conoscenze sul dry eye si sono tanto approfondite da conferire un connotato completamente diverso alla patologia. Se fino a 15 anni fa si parlava spesso di IODS (Idiopathic Ocular Discomfort Syndrome), nascondendo dietro alla definizione l’incapacità clinica di comprendere le cause anatomo-funzionali che erano alla base dei sintomi riferiti dal paziente, oggi si parla di  DTS (Dysfunctional Tear Syndrome) per sottolineare l’origine lacrimale dei problemi accusati da questi pazienti. Il termine DTS permette anche di giustificare l’apparente paradosso per cui alcuni “occhi secchi” sono “umidi e lacrimosi”.

Molte delle informazioni oggi note sono state ottenute grazie l’impiego di modelli animali, dei quali un elenco sintetico ma rappresentativo è riportato nella tabella.

modelli-dry-eye

Occorre ricordare, tuttavia, che i risultati ottenuti applicando modelli animali devono sempre essere presi con cautela, in quanto questi modelli sono soltanto un’imperfetta rappresentazione della malattia. Infatti, l’occhio dei roditori, la specie comunemente utilizzata, differisce per le dimensioni del bulbo, la conformazione degli annessi e soprattutto per la presenza della ghiandola di Harder, una voluminosa ghiandola sebacea localizzata posteriormente al bulbo che partecipa attivamente alla sua lubrificazione e che non ha un analogo funzionante nei primati.

La ghiandola di Harder (Harderian Gland)
La ghiandola di Harder (Harderian Gland)

La scelta coretta del modello deve partire dal tipo di causa di dry eye che si vuole ripodurre e dal parametro che si vuole analizzare. In tal senso, un criterio generale è quello di dare preferenza ad animali di taglia più grande (coniglio) per gli studi in cui si richiede la raccolta di segni e sintomi di tipo clinico, mentre animali di piccola taglia (topi, ratti, cavie) sono preferiti quando si voglia indagare su parametri genetici, immunologici o immunoistochimici.

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