Il trattamento farmacologico della cataratta

La storia del trattamento farmacologico della cataratta senile è un esempio di quelle contraddizioni in cui può cadere la farmacoterapia.

Se da un lato pochissimi oculisti ritengono, o hanno mai ritenuto, che sia possibile trattare farmacologicamente le opacità del cristallino, dall’altro alcuni prodotti indirizzati a tale scopo sono stati, in un recente passato, veri e propri best-sellers, un enorme affare per alcune industrie farmaceutiche.

Mi soffermo a riflettere su alcuni punti:

  1. non è immaginabile che un farmaco possa, come un detersivo su una macchia, “sciogliere” opacità che, talvolta, presentano una resistenza anche nella loro rimozione chirurgica.
  2. il cristallino è una struttura avascolare localizzata all’interno di un organo protetto da una barriera selettiva (barriera emato-oculare), perciò è molto improbabile che farmaci sommistrati per via sistemica possano esplicare un effetto terapeutico diretto.
  3. la via topica è la scelta preferenziale, a patto di disporre di una molecola dotata di caratteristiche chimico-fisiche favorevoli e quindi capace di raggiungere elevate concentrazioni nell’umore acqueo.
  4. il ruolo dell’umore acqueo è fondamentale in quanto è l’unica fonte di supporto trofico e metabolico per il cristallino

La farmacocinetica oculare è una materia, qualche volta, volutamente trascurata. La critica, che non nasconde una vena polemica, è rivolta in particolare al pirfenossone sodico, il più noto trattamento anticataratta, di cui non esistono dati farmacocinetici chiari: il sospetto che non penetri attraverso la cornea rimane qualcosa più di un semplice sospetto.

La terapia medica della cataratta rimane a tutt’oggi e forse rimarrà per sempre una mera illusione.

La prevenzione della cataratta è, invece, una possibilità molto più realistica. Per attuarla, è necessario un approccio medico che riduca lo stress ossidativo locale e sistemico, che corregga le eventuali patologie associate con un aumento del rischio di cataratta, che instauri un’adeguata condotta alimentare e, soprattutto, che sia affiancato da un intervento farmacologico mirato alla correzione delle alterazioni biochimiche dell’umore acqueo. Purtroppo, le nostre conoscenze sulla biochimica dell’umore acqueo degli occhi catarattosi sono ancora troppo limitate e di conseguenza non favoriscono la sviluppo di un farmaco che affronti il problema con realismo scientifico e non con stregoneria. La ricerca dovrebbe impegnarsi maggiormente ad acqusire ulteriori informazioni per chiarire che cosa accade nell’umore acqueo dei pazienti affetti da cataratta. Solo in tal modo si potrà sperare di avere in un prossimo futuro una terapia medica efficace per ridurre il rischio di sviluppare questa malattia e per rallentarne la progressione. La spesa sanitaria se ne gioverebbe enormemente, le tasche di alcuni oculisti un po’ meno…

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4 pensieri su “Il trattamento farmacologico della cataratta”

  1. Caro Alberto, in linea di massima siamo d’accordo: l’umore acqueo è essenziale per il metabolismo del cristallino, quindi anche per la rimozione dei cataboliti. Se questa funzione si altera, si sviluppa una cataratta. Se poi volesse elabarare la sua idea di “nettamento del cristallino”, la discussione potrebbe avvantaggiarsene

  2. Secondo me occorrerebbe incentrare le ricerche sul meccanismo di azione del liquido oculare che presiede il nettamento del cristallino.

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