La vasocostrizione farmacologica è un fenomeno mediato prevalentemente dai recettori alfa1-adrenergici, di cui il neurotrasmettitore fisiologico è la noradrenalina. A livello sistemico, un’analoga stimolazione viene indotta anche dalla adrenalina (ormone prodotto dalle ghiandole surrenali).
Le imidazoline, sono invece sostanze di sintesi, con una differente affinità recettoriale ma generalmente indirizzata verso i recettori I1 I2, I3 e alfa2. Tali caratteristiche le rendono farmaci di possibile impiego come ipotensivi arteriosi, come infatti avviene per la clonidina, ad esempio.
Perché allora tutte le imidazoline impiegate in clinica possiedono un marcato effetto vasocostrittore?
La selettività recettoriale è presente solo a dosi molto basse, molto inferiori inferiori a quelle normalmente utilizzate in terapia oftalmica. Ai comuni dosaggi di utilizzo clinico, (tra 0.01 e 1% ovvero circa 5-500 μg applicati localmente), le imidazoline esercitano una marcata attività vasocostrittice perchè si legano al recettore alfa1 adrenergico. Questo è possibile in quanto, come evidenziato nella figura, all’interno della struttura chimica di tutte le imidazoline comunemente utilizzate, si ritrova lo scheletro della feniletilamina, precursore delle catecolamine (noradrenalina, adrenalina e dopamina), che consente a questi farmaci di legarsi al recettore alfa1 adrenergico
Le cellule mucipare della congiuntiva partecipano alla formazione del glicocalice, la struttura che permette l’adesione del film lacrimale sulla superficie degli epiteli. Il glicocalice è composto da varie forme di mucina: MUC1, MUC2 , MUC4 e MUC5AC, la principale componente, mentre la MUC7 si trova disciolta nello strato acquoso.
I secretagoghi sono sostanze capaci di incrementare la secrezione ghiandolare. Esistono vari agenti secretagoghi, da quelli attivi sulla secrezione di insulina (per es. le sulfoniluree), a quelli attivi sulle ghiandole esocrine, come le ghiandole salivari e la ghiandola lacrimale principale (per es. pilocarpina). Per quanto riguarda la secrezione lacrimale, oltre alla pilocaprina, poco utilizzata in terapia per i marcati effetti indesiderati sistemici, esiste un altro agente secretagogo che incrementa il volume del film lacrimale: il diquafosol (Inspire Pharmaceuticals)
Diquafosol è un dinucleotide composto dall’unione di due uridin-difosfati (UDP) mediante un legame estere tra i due pirofosfati. Agisce mediante la stimolazione dei recettori purinergici P2Y2 presenti a sulle membrane delle cellule epiteliali: viene indotto in tal modo un aumento del flusso extracellulare di ioni Cl- e, conseguentemente, acqua. Inoltre diquafosol stimolando anche la produzione di MUC5AC da parte delle cellule caliciformi della congiuntiva, svolge un’azione protettiva sugli epiteli e stabilizza il film lacrimale.
Lo sviluppo clinico del diquafosol è stato piuttosto travagliato. Comparso sulla scena dei principali congressi scientifici sul finire degli anni 90 (con la sigla IN365) ed indicato come una rivoluzione nel trattamento dell’occhio secco, a distanza di oltre 10 anni non ha ancora terminato il suo sviluppo clinico. Infatti, dopo aver rapidamente superato le fasi I e II, è stato sottoposto alla verifica di ben 4 studi di fase III, per un arruolamento complessivo di circa 2000 pazienti, ottenendo risultanti discordanti che non hanno garantito l’approvazione da parte della FDA, per mancanza di chiare evidenze di efficacia. Nel gennaio del 2009 è iniziato un quinto studio di fase III che prevede l’arruolamento di ulteriori 450 soggetti.
Pur se supportato da un interessante razionale, il sospetto che diquafosol sia di scarsa efficacia nella terapia dell’occhio secco è abbastanza fondato. Inoltre, gli attuali orientamenti terapeutici sulla malattia si stanno indirizzando sempre di più verso il controllo del processo infiammatorio, che è alla base del circolo vizioso che sostiene la malattia.
Se mai giungerà nelle farmacie, diquafosol verrà venduto con il brandname Prolacria, alla concentrazione del 2%
La perossidazione lipidica è un importante meccanismo patogenetico che concorre all’estensione del banno tissutale in corso di eventi ischemici, traumatici e degenerativi.
Viene attivata dai radicali liberi contenenti ossigeno con un elettrone spaiato (per es. radicale idrossilico, HO• ; anione superossido, O2-• ; radicale perossilico, ROO•); i lipidi contenenti acidi grassi insaturi che vengono a contatto con questi radicali si ossidano e danno luogo a formazione di lipoperossili, a loro volta in grado di propagare l’ossidazione mediante una reazione a catena: infatti i lipidi privati di elettroni tendono a riequilibrare il loro stato ossidoriduttivo sottraendo elettroni alle molecole contigue. Questa azione è fisiologicamente importante perché è un meccanismo utilizzato per combattere l’aggressione di germi e batteri, ma quando la perossidazione diventa esuberante, per situazioni patofisiologiche predisponenti o per carenza dei sistemi enzimatici difensivi deputati alla neutralizzazione dei radicali liberi, induce un’alterazione progressiva delle componenti cellulari (membrane e acidi nucleici) dell’organismo, che causa un precoce “invecchiamento”. La perossidazione lipidica è alla base dell’estensione del danno ischemico e traumatico, e all’origine di numerose patologie degenerative.
Per questo motivo il controllo dei processi di lipoperossidazione viene considerato di fondamentale importanza terapeutica, e per questo motivo è stato, già da tempo, proposto l’impiego del metilprednisolone, nei traumi del midollo spinale e negli eventi ischemici del SNC. L’effetto inibitorio degli steroidi antinfiammatori (glucocorticoidi) sulla lipossigenasi e sui processi di lipoperossidazione in genere è alla base del rationale di impiego del metilprednisolone.
I Lazaroidi o 21-amino-steroidi sono molecole steroidee sprovviste di attività mineral-gluco-corticoide, ma dotate di potente attività inibitoria sulla lipoperossidazione. Secondo la letteratura, i lazaroidi, hanno i medesimi effetti inibitori del metilprednisolone sulla lipoperossidazione, senza indurre le reazioni avverse caratteristiche dei glucocorticoidi. Dovrebbero agire attraverso un azione di “scavenger” nei confronti dell’anione superossido, il radicale idrossilico e i perossidi lipidici, di inibizione sulla lipossigenasi e di riduzione di rilascio di acido arachidonico.
L’unico farmaco di questa classe usato in terapia è il tirilazad.
E’ stato utilizzato nel trattamento di danni acuti ischemici, emorragici o traumatici del SNC e nei traumi midollari dopo aver dimostrato in numerosi modelli sperimentali un’azione protettiva sullo stroke ischemico e sul vasospasmo conseguente ad emorragia subaracnoidea. Purtroppo i trials clinici condotti con l’impiego di Tirilazad nello stroke, nel trauma cranico e nel trauma spinale non sono stati particolarmente incoraggianti. Una recente metanalisi (Jang YG et al. , Neurocrit Care. 2009;10:141-7). ha esaminato i risultati di una casistica di quasi 4.000 pazienti affetti da emorragia subaracnoidea, presentata in 5 studi clinici controllati vs. placebo. Il tirilazad non si è dimostrato capace di modificare le misure primarie di efficacia (i.e.; Glasgow Outcome Scale ed estensione dell’area infartuata), mentre una certa significatività è stata rilevata sulla riduzione del vasospasmo sintomatico.
Quest’ultima osservazione lascia aperta ancora una possibilità, seppur limitata, di un possibile impiego dei lazaroidi nel trattamento neuroprotettivo delle forme di glaucoma su base vasospastica (glaucoma a pressione normale).
In oftalmologia i vasocostrittori sono impiegati per ridurre l’edema e/o l’iperemia della mucosa congiuntivale. Sono sostanze ad azione adrenergica che agiscono stimolando i recettori vascolari di tipo α, di cui ne esistono due tipi: α1 e α2 .
I recettori α1 sono collocati nel terminale post-sinaptico del vaso mentre i recettori α2 si trovano al livello del terminale nervoso pre-sinaptico. Occorre ricordare, tuttavia che recettori α2 sono stati localizzati anche a livello post-sinaptico nel cervello, nel pancreas, nelle piastrine e in alcuni distretti vascolari.
L’attivazione dei recettori α 1 induce la liberazione di IP3 (inositolo trifosfato) e DAG (diacilglicerolo) come secondi messaggeri, che determinano un aumento delle concentrazioni intracellulari di calcio e una conseguente contrazione delle cellule muscolari liscie (vasocostrizione). L’attivazione dei recettori α 2 presinaptici, invece, induce il reuptake del neurotrasmettitore liberato, riducendo lo stimolo contrattile. I recettori α2 post-sinaptici sono collegati ai processi di attivazione della PLA2, pertanto producono IP3 /DAG e determinano vasocostrizione come i recettori α1.
I vasocostrittori derivano da due principali strutture molecolari: feniletilamina e imidazolo.
Per la precisione, efedrina e fenilefrina non sono esattamente catecolamine, ma si comportano come tali. L’efedrina, infatti, ha un meccanismo d’azione misto che comprende sia la stimolazione diretta dei recettori adrenergici che la liberazione di noradrenalina dai terminali presinaprici. La fenilefrina, invece, manca di un OH a livello dell’anello aromatico, che non è quindi un catecolo, ma presenta un’affinità recettoriale simile all’adrenalina.
Alcuni vasocostrittori interagiscono anche con in recettori β-adrenergici, determinando il noto fenomeno di rebound (vasodilatazione).
I derivati imidazolinici, invece, si legano anche ai recettori per l’imidazolina I1 , I2 e I3 la cui attivazione è responsabile degli effetti indesiderati effetti sulla trasmissione dell’impulso nervoso nel SNC, sulla riduzione della pressione arteriosa e sulla secrezione di insulina.
Per l’impigo clinico, la mia preferenza cade sull’ossimetazolina, molecola a lunga durata d’azione, attiva a basso dosaggio e quindi gravata, almeno dal punto di vista teorico, da minori femomeni di rebound (vedi tabella).
Se esistono specialità da banco (detti anche farmaci OTC, over-the-counter) pericolose per la salute degli occhi, queste sono i colliri decongestionanti a base di vasocostrittori. La loro potenziale tossicità non è tanto dovuta agli effetti sistemici, abbastanza rari, casi sporadici limitati ai bambini o agli anziani, quanto agli effetti deleteri che determinano sulla superficie oculare a seguito di un uso prolungato. E’ diventato molto frequente osservare congiuntiviti vasomotorie, di complicata risoluzione clinica, esteticamente brutte, determinate dall’abuso di vasocostrittori.
Tutto ciò è favorito dalla scarsa consapevolezza dell’utilizzatore, che crede erroneamente di “curare” e “proteggere” i suoi occhi con un collirio che li rende bianchi, quindi sani. E’ vero che le indicazioni contenute nel foglietto illustrativo riportano di non usare il prodotto per più di 4 giorni: ma quanti sono i pazienti che leggono con attenzione il foglietto illustrativo? E quale valore può avere un informazione contenuta su un documento chiamato “bugiardino”? Tutto questo accade mentre i mass media propongono messaggi pubblicitari fuorvianti che spingono all’utilizzo di tali prodotti, caratterizzandoli come medicine “per chi si prende cura della salute e della protezione dei propri occhi”.
Infine, molto contribuisce anche la mediocre attività di controllo da parte delle autorità competenti su un problema per lo più ignorato, volontariamente o no, comunque ignorato.
Le situazioni cliniche in cui è utile un vasocostrittore dovrebbero essere valutate solo dallo specialista; infatti, l’effetto “sbiancante” di questi prodotti, altera un sintomo importante di molte e differenti patologie oculari, l’ “occhio rosso”, sintomo che dovrebbe essere sottoposto all’attenta valutazione diagnostica differenziale di un oftalmologo.
Automedicazione in questi casi vuol dire solo inutile esposizione del paziente ad evitabili rischi.
Purtroppo, come spesso accade, le scelte regolatorie sono influenzate dalle dimensioni economiche del mercato che coinvolge questi prodotti OTC. Infatti, come semplice curiosità statistica, il solo Imidazyl (Recordati) vende annualmente quasi 2 milioni di unità, rappresentando il prodotto leader dell’intero segmento S1G (colliri antiallergici).
Per chi fosse ancora scettico, legga questo articolo pubblicato sulla nota rivista americana Archives of Ophthalmology. Nel prossimo post parlerò ancora di vasocostrittori, per meglio definirli dal punto di vista farmacologico.
Il percorso dello sviluppo clinico di un farmaco è lungo, costoso e complesso.
Una volta che è stata individuata una molecola candidata, questa viene indirizzata in un percorso dettagliatamente definito in un piano di sviluppo che si prefigge di garantirne l’efficacia terapeutica e la sicurezza di impiego
Il primo passo è la Fase preclinica, ovvero gli studi sull’animale da esperimento, che deve raccogliere le informazioni necessarie per valutare differenti formulazioni e per delineare il primo profilo farmacodinamico, farmacocinetico e tossicologico della molecola candidata, sufficiente per essere testato sull’uomo con relativa tranquillità.
Successivamente, si entra nella sperimentazione clinica vera e propria, composta da 3 fasi.
La Fase I rappresenta il primo contatto del farmaco con l’uomo. Viene svolta con lo scopo di ottenere informazioni sulla tollerabilità del prodotto in un numero limitato di individui, normalmente volontari sani, per confermare la possibilità di continuare lo sviluppo su campioni più ampi di popolazione
Nella Fase II vengono definiti i regimi di trattamento (posologia e frequenza di somministrazione) su un numero ristretto di pazienti (qualche decina) accuratamente selezionati. Si raccolgono inoltre le informazioni sulla farmacocinetica e la farmacodinamica clinica, elementi per definire preliminarmente efficacia nell’indicazione principale di impiego.
La fase più complessa, rischiosa e costosa è la Fase III, dove l’efficacia e il profilo di sicurezza del prodotto vengono studiati e definiti in un ampio numero di pazienti (da alcune centinaia ad alcune migliaia). La maggior parte dei farmaci che non completano lo sviluppo clinico si arrestano durante questa fase.
La durata delle rispettive fasi varia in funzione del tipo di molecola e delle indicazioni terapeutiche. Orientativamente è corretto attendersi una durata di 1-2 anni per la fase preclinica e di 2-5 anni o anche di più, per le successive Fasi I-III
Completato lo sviluppo clinico, si richiede l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) alle autorità regolatorie competenti, processo che può completarsi in 1-2 anni a seconda della strategia registrativa scelta (nazionale, europea, mutuo riconoscimento ecc.).
Dal momento in cui il farmaco entra in commercio, è compito dell’azienda titolare dell’AIC seguire con attenzione il prodotto per tutto il suo ciclo di vita, tenendo sempre aggiornate le informazioni sulla sua efficacia e sicurezza e, soprattutto, valutando con continuità il rapporto rischio/beneficio. Si entra quindi nella Farmacovigilanza, un complesso processo di sorveglianza attiva sugli effetti e le reazioni avverse del prodotto che si avvale di differenti strumenti di analisi e monitoraggio, tra cui gli studi di Fase IV, espressamente finalizzati a raccogliere informazioni su particolari aspetti di tossicità/tollerabilità del prodotto,
L’intero percorso di sviluppo, dalla sintesi chimica alla registrazione può arrivare a costare qualche centinaio di milioni di euro, per i trattamenti più complessi e impegnativi (per es. antitumorali). In campo oftalmico, a giustificazione delle modeste dimensioni del suo mercato, in cui si parte spesso non dalla sintesi chimica, ma da molecole già utilizzate in altre aree terapeutiche, i costi sono molto più contenuti e possono variare da 2-3 milioni a qualche decina di milioni di euro. Ovviamente, esistono molti accorgimenti per contenere costi e tempi e che permettono di svolgere attività di ricerca clinica anche alle realtà aziendali con minori possibilità economiche: ma questo è un tema piuttosto complesso che esula dagli scopi di questo articolo.
La Othera Pharmaceutical, sta sviluppando un nuovo betabloccante, definito “oculoselettivo”, per ora denominato con la sigla OT-730. Durante lo sviluppo preclinico OT-730 sembrerebbe aver dimostrato di possedere un’efficacia ipotonizzante paragonabile al timololo ed una sicurezza sistemica sensibilmente migliore. L’oculoselettività è dovuta alla eccellente attività betabloccante locale, seguita da una rapida metabolizzazione che rilascerebbe solo metaboliti inattivi nella corrente ematica.
Un simile betabloccante poteva già essere disponibile da almeno 20 anni: il l-moprololo. E’ stato un cruccio del prof. Virno (vedi Pecori-Giraldi J, Virno M, Ralli R, Planner-Terzaghi A. Long-term treatment of wide-angle glaucoma with the beta blocker levomoprolol: therapeutic effectiveness without side effects. Fortschr Ophthalmol. 1986;83:564-6), che dal 1980, dopo averlo a lungo studiato, ne ha tessuto le lodi e i vantaggi, rimanendo tuttavia inascoltato dalle industrie farmaceutiche. In effetti il l-moprololo era un betabloccante molto efficace e così sicuro da poter essere somministrato con assoluta tranquillità anche nei soggetti affetti da asma o broncopatia cronica ostruttiva. Forse, il l-moprololo poteva veramente essere un breakthrough nella terapia del glaucoma, 20 anni prima del OT-730.
Purtroppo, infiniti tentennamenti dei responsabili delle aziende farmaceutiche allora interessate (prima Zambon, poi Angelini), suggestionati da opinabili valutazioni espresse dagli esperti di business e marketing, non hanno consentito al l-moprololo di completare l’iter di sviluppo clinico e di ottenere l’autorizzazione al commercio. Investire su un betabloccante sembrava, dapprima, una battaglia già persa contro il timololo, poi, con il lancio del latanoprost, un ritorno al passato senza alcuna possibilità di successo. Invece, oggi, accade l’imprevisto: Othera si prepara ad investire qualche milione di dollari per registrare un nuovo betabloccante.
Adesso mi chiedo: chi ha espresso le valutazioni più lungimiranti e corrette? Avevano ragione gli esperti di marketing dell’azienda Angelini che giudicavano un fallimento, perché ormai fuori moda, proporre una nuova molecola betabloccante nell’era delle prostaglandine? Oppure quelli di Othera, di cui riporto testualmente le entusiastiche parole di un loro dirigente:
“We believe that OT-730 may represent a significant advance in terms of patient safety in the treatment of glaucoma. All of the current drug therapies for glaucoma on the market today have side effects, some potentially life-threatening. OT-730 has been specifically designed as a prodrug to deliver a potent beta-blocker locally within the eye, but then rapidly break down to inactive metabolites upon entry into the systemic circulation. Our goal in clinical trials will be to compare its IOP-lowering effect against timolol (the most-prescribed ocular beta-blocker) and to determine its effects, if any, on cardiovascular and pulmonary function. We believe that OT-730’s unique safety profile could ultimately position it as a leading monotherapy or in combination with other classes of drugs for use in glaucoma patients.”
Attendo gli sviluppi per decidere a chi rivolgere le mie più ironiche congratulazioni.
Le richieste di ibopamina che mi giungono quotidianamente, sia tramite questo blog che per altre vie, sono diventate molto numerose. Se riuscissi a raccoglierle tutte in modo organizzato potrei cercare di sollecitare qualche azienda farmaceutica a realizzare una produzione “per uso compassionevole” o comunque far giungere il problema all’opinione pubblica per sperare che i diritti di una minoranza vengano tutelati.
La mia proposta è questa: copiate questo modulo, compilatelo e lasciatelo come commento al post.
Io sottoscritto dichiaro, in assenza di altra terapia medica disponibile, di avere l’assoluta necessità di utilizzare Trazyl (ibopamina cloridrato 2%) collirio per le gravi condizioni cliniche del mio bulbo oculare.
Diagnosi (motivo per cui è stato prescritto Trazyl):
Nome e Cognome:
Età:
Provincia di residenza:
Richiesta inoltrata in data:
Per lasciare il commento vi verrà chiesta la vostra e-mail: a tutela dei vostri diritti di privacy non verrà resa nota, servirà solo nella necessità di informarvi tempestivamente se il farmaco fosse reperibile e come.
Se raccoglierò un numero sufficiente di richieste, mi farò vostro portavoce presso l’azienda farmaceutica Angelini, con cui cercherò di risolvere questo difficile problema, o in alternativa percorre altre strade.
Con la partecipazione di tanti forse si riuscirà ad ottenere qualcosa.
Prendiamo una confezione di uno dei tanti intergratori alimentari e leggiamone la composizione. Gli ingredienti ci sembrano familiari: flavonoidi, antocianidine, catechine, quercetina, rutina, resveratrolo ecc.
Ma sappiamo con esattezza che cosa sono?
Il mio sforzo di oggi sarà quello di fare un po’ di chiarezza su questi ingredienti dai nomi esotici ed affascinanti.
Tutti i composti che ho citato sono polifenoli, ovvero sostanze chimiche composte da idrocarburi ciclici (anelli aromatici) collegati tra loro.
Come deducibile dal nome stesso, l’unità elementare di questi composti è il fenolo, ovvero un anello aromatico (benzene) con un gruppo ossidrile (-OH).
I composti fenolici si distinguono sulla base dello scheletro carbonioso, che può andare da 6 atomi di carbonio (fenoli semplici) fino a superare i 30 atomi di carbonio (lignine, tannini ecc.).
I polifenoli che vengono utilizzati nella preparazione degli integratori alimentari appartengono a 2 classi principali: i flavonoidi e gli stilbeni.
I flavonoidi, detti anche bioflavonoidi per sottolineare la loro origine biologica quali prodotti metabolici largamente rappresenti nel regno vegetale, sono una famiglia composta da qualche migliaio di differenti molecole, combinate (glicosidi) o meno (agliconi) con zuccheri. Sono strutturalmente composti da un due fenoli, di cui uno è condensato con un anello eterociclico (un pirano, ovvero un anello in cui l’atomo eterociclico è un ossigeno).
Ai flavonoidi appartengono le antocianidine (i celeberrimi “estratti del mirtillo”) e le catechine (di cui l’epigallocatechingallato è un derivato).
Gli stilbeni sono molecole composte da due gruppi fenolici presenti in numerose famiglie del regno vegetale, in particolare la Vitis vinifera, dove svolgono una funzione di difesa contro l’attacco di di funghi patogeni.
I principali stilbeni sono il resveratrolo e lo pterostilbene.
La caratteristica farmacologica principale dei polifenoli è quella di essere potenti antiossidanti naturali. Ad alcuni polifenoli sono state attribuiti anche azioni ipolipemizzanti ed effetti positivi su patologie cardiovascolari, disordini cognitivi e malattie neoplastiche. Torneremo su questo argomento per approfondirne i principali aspetti farmacologici.
L’idrossi-tetrametilpiperidina-ossile (TEMPOL) è una molecola dotata di elevata permeabilità e diffusibilità attraverso le membrane cellulari che agisce come scavenger di radicali liberi e come intrappolatore di ossido nitrico. Riduce il danno d’organo conseguente a shock emorragico e possiede proprietà radiopotettive per cui è stato proposto per il trattamento della calvizie indotta da terapie antitumorali (chemio e radioterapia). A livello biochimico, l’idrossi-tetrametilpiperidina-ossile catalizza la reazione di dismutazione dello ione superossido in perossido di idrogeno e ossigeno (mimando quindi l’attività della superossidodismutasi, SOD)
Lo studio della SOD ha guadagnato interesse nei tempi recenti perché una sua modificazione è stata ipotizzata alla base di alcune forme di Sclerosi Laterale Amiotrofica. Le specie reattive dell’ossigeno, di cui una è lo ione superossido (ossigeno con un elettrone in più) possono sfuggire agli enzimi della respirazione cellulare e provocare danni a carico delle strutture cellulari, tra cui mutazioni nel DNA, perossidazione dei lipidi e alterazioni degli enzimi che sintetizzano amminoacidi o altre molecole essenziali. Si tratta quindi di un importante molecola antiossidante che svolge un fondamentale ruolo protettivo nelle cellule esposte all’ossigeno e alle reazioni ossidoriduttive.
Recentemente, è stato osservato che alcuni derivati dell’idrossi-tetrametilpiperidina-ossile (quali idrossi-tetrametilpiperidina cloridrato e un suo derivato, il composto denominato OT-551) proteggono i fotorecettori dal danno fototossico (per approfondimenti leggere questo articolo). L’idrossi-tetrametilpiperidina-ossile e i suoi derivati, essendo antiossidanti catalitici riducono lo stress ossidativo potrebbero trovare utili applicazioni cliniche nella prevenzione della cataratta, nella neuroprotezione in genere e nella terapia della maculopatia senile atrofica. E’ in corso una sperimentazione clinica di fase II per valutare gli effetti dell’applicazione topica oculare di OT-551 in quest’ultima patologia, in cui è ipotizzato il ruolo dello stress fotossidativo.
Personalmente rimango scettico sulle potenzialità terapeutiche di un collirio antiossidante nella terapia di una malattia complessa come la maculopatia senile e non rilevo neanche particolari caratteri di innovatività rispetto agli abituali trattamenti antiossidanti prescritti per via sistemica (vedi studio AREDS).

















